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Lettera ai Romani ... il commento

Paolo della tribù di Beniamino ebreo fariseo persecutore della Chiesa convertito sulla via di Damasco dall'amore di Dio qui si presenta come il servo, quasi lo schiavo al servizio di Dio. E i destinatari di questa lettera sono tutti davvero tutti, non solo i convertiti o i fedeli all'interno della Chiesa. 

A tutti coloro che sono in Roma amati da Dio e chiamati alla santità. Al Contrario di ciò che si può pensare questo testo non è indirizzato agli specialisti del Vangelo ma a tutti in particolare ai lontani. La lettera ai romani rappresenta il capolavoro di Paolo. La Grande architettura complessa di questa lettera composta da 5 punti  primari, rappresenta il sunto del pensiero teologico di San Paolo il suo capolavoro.

Questa lettera esige una grande attenzione, una grande umiltà, dobbiamo cercare di comprendere non solo con il ragionamento ma soprattutto con fede, la profondità catechetica nelle sue parole. Perché ad un profano che si avvicina a questo testo con leggerezza e superficialità,  potrebbe risultare solo un accozzaglia di concetti di difficile comprensione, quando invece è considerata una delle opere teologiche più importanti della Chiesa. E le sue parole sono dedicate soprattutto a chi è stanco di tutti i riti devozionali e le pratiche spesso vuote e secondarie praticate troppo spesso fra le mura dei luoghi di culto,  che  diventano spesso accettazioni di forme di religioni che poco hanno a che vedere con Cristo risorto e la sua Chiesa. Nelle parole di Paolo possiamo ritrovare una religione, forte, profondamente radicata alle verità di Cristo che non accetta di andare ad abbeverarsi in  cisterne screpolate, spesso avvelenate, che non dissetano ma avvelenano e allontanano il cuore dell'uomo dalla verità,  dall'acqua viva e pura, il Cristo , uguale ieri oggi e sempre, che non cambia come cambiano gli usi e i costumi del mondo, adeguandosi alle 1000 situazioni, che oggi come ieri ci vengono proposte in sostituzione al credo rivelato, alla vera fede e ai principi trasmessi dal nostro Signore.
 
Le parole di Paolo però nella lettera ai romani sono anche dedicate a tutti coloro che spesso credono, che il cristianesimo sia un luogo comodo, che mette a tacere e a riposare le nostre coscienze, che non ci impegna troppo, che ci mette come dire a riparo dalle fatiche del mondo, dando il contentino al cuoricino, scaldato da quella misericordia che non richiede mai troppa fatica, decisione o scelte.

Questo cristianesimo farsa, che serve solo per consolare, fatta dal sentimento , spesso liquoroso e mieloso si scontra radicalmente con le parole Paoline , razionali e concrete e che non hanno timore di gridare la verità per quanto apparentemente difficile o scomoda. Parole  che ci costringeranno a scavare dentro e attorno a noi stessi  mostrandoci con gli occhi di Paolo questo mondo  in perenne  battaglia, in una tempesta che imperversa attorno a noi quotidianamente e dove dobbiamo decidere costantemente da che parte stare, sia per combattere che per stare al riparo. Nelle sue parole scopriamo che questa battaglia  è l’ira, la coppa dell'ira ormai colma di Dio e la presa di coscienza umana di quanto l’uomo sia diviso in se stesso e bisognoso di ricostruire un'unità  tra creatore e creatura.

In queste parole possiamo crescere nella conoscenza vera della realtà di Dio.

Queste parole si fondono e si intrecciano fra loro in due concetti basilari, da un lato la drammaticità tragica e terribile della fragilità e della colpevolezza fatta dalle debolezza della creatura umana, dal altra la ferma convinzione di Paolo che l'uomo può divenire davvero figlio adottivo di Dio per l’opera del figlio incarnato.  

Se da una parte, Paolo ribadisce in ogni momento questa fragilità in cui l'uomo vive, sprofondando costantemente nelle proprie miserie, nel proprio peccato, illudendosi spesso di potersi salvare e liberare da questa fragilità, da solo, dall'altra ci fa vedere quanto è fondamentale che ci sia una mano tesa che viene incontro a noi per tirarci fuori da questa condizione di peccato in cui ogni uomo vive.

Questo incrocio di due dimensioni da una parte la grazie la luce e la liberazione, dal altra la nostra presa di coscienza della realtà del peccato, diviene punto di forza, diviene la decisione, diviene fede.
 
L’allungare la nostra  mano consapevoli che senza di Lui non possiamo fare nulla , ci chiama alla conversione, cioè sforzarci con tutto noi stessi per avvicinarci come possiamo, alla mano tesa di Dio, che  ci illumina e ci sorprende ogni giorno di più,  di quanto la grazia l'amore gratuito e la misericordia,  siano le dita di quella mano capace di strapparci dal’ abisso di miserie e peccato, che ci aveva precluso la relazione con Lui, il progetto d’amore originario, fra Creatore e creature, nel suo eden , il creato.
La grazia e la fede diventano quindi il binomio portante della lettera ai romani.
Questi due principi fondamentali si snodano nei cinque concetti primari di cui si parlava inizialmente
1 )Le responsabilità che ogni uomo deve riconoscere  per la sua natura colpevole, davanti a Dio 
2) il perdono dei peccati per mezzo della giustificazione donataci dal sacrificio di Cristo per grazia
3) la liberazione dal peccato della nostra natura umana cioè dal  peccato originale accettando di scegliere il bene e la croce che redime divenendo così figli di Dio
4) la riconciliazione fra la antica e la nuova alleanza che Cristo compie realizzando le promesse fatte da Dio al popolo di Israele grazie alla legge
5) la carità che l'amore vero per il verbo incarnato ci porta a donare a tutti soprattutto ai nostri nemici e ai più poveri cioè chi non ha conosciuto l'amore di Dio
San Paolo è chiaro nel farci comprendere quanto nel cuore dell'uomo esiste una religiosità naturale e di conseguenza una legge, scritta in ognuno, ma rimarca spesso l'incapacità che l'uomo ha di metterla in pratica, a questa si aggiunge la legge di Dio che ci accusa e ci aiuta a comprendere il limite di ciò che è bene e ciò che è male, ma di fatto non sono che strumenti dati all’uomo, per comprendere quanto, senza la grazia di Dio sia impossibile vivere l’obbedienza alla legge. Lapidario nel dire che chi rifiuta ,sia la legge iscritta nei nostri cuori sia quella dataci da Dio disprezzandone la  sua conoscenza, diviene colpevole e lasciato in balia di un'intelligenza depravata che subirà il destino dell'ira divina .
un’intelligenza caduta tanto in basso da concepire ogni tipo di passione infame, capace di atti indegni, ignominiosi , di frode e contronatura , divenendo veri e propri nemici di Dio. Paolo dice, faccio il male che non voglio invece del bene che voglio.
 
Sant Agostino, ci viene in aiuto facendoci comprendere con i suoi scritti, quanto siamo schiavi della nostra natura e di quanto il peccato offuschi completamente il nostro discernimento, tanto da avere bisogno che la legge ci faccia vedere che siamo morti e schiavi incapaci di aprire il cuore alla vita, finché rimaniamo soggiogati dalla morte cioè alla disobbedienza. Ecco perché donata per la vita la legge naturale e la legge del decalogo possono diventare motivo di morte come dice Sant'Agostino il frutto di un desiderio proibito è più dolce ma pure la pena più severa ora il peccato diviene doppia trasgressione alle due leggi. Ecco quindi la quotidiana lotta interiore fra il nostro intelletto è la nostra volontà fra ciò che comprendiamo essere buono e ciò che non riusciamo a portare a termine, faccio il male che non voglio invece del bene che voglio. Ecco come qui solo la grazia in Cristo che ha vinto realizzando la legge con l'obbedienza fino alla morte alla morte di croce sta il vero vanto e per cui tutti saranno costituiti giusti circoncisi in circoncisi greci e giudei tutti degni dell'adozione a figli infatti uno solo è il Dio che giustificherà secondo una scelta fatta per grazia cioè che non dipende dalla volontà e dagli sforzi dell'uomo ma dalla legge dello spirito che fa dei lontani, figli adottivi di Dio redenti per quella fede che viene accreditata come giustizia, x il sangue dell agnello. portando così in un cammino di conversione quotidiana che di croce in croce di luce in luce ci porta a fare spazio allo spirito del risorto fino a giungere al giorno in cui potremmo gridare con san paolo non sono più io che vivo ma Cristo che vive in me.
Dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia!

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